Ju

Do

Se è vero che la cultura di un popolo è strettamente legata alla lingua che parla, molto si può apprendere sul pensiero del Giappone osservandone la scrittura ideografica, che garantisce quindi una rapida connessione tra il simbolo e il suo significato. Ritengo, inoltre, che un’indagine in questo ambito sia utile a chi si accosti a discipline come il judo, per capirne alcuni aspetti strettamente legati a una cultura e a delle abitudini che, per certi aspetti, si discostano molto dalle nostre.

Nella disamina che segue su alcuni degli ideogrammi giapponesi ricorrenti nella nostra pratica, mancando di conoscenze sulla lingua, mi baserò ampiamente su Sword and Brush di Dave Lowry, Shambhala Publications, 1995.

DO e JU

Mi pare sensato iniziare da i due ideogrammi che definiscono la nostra pratica. “Do” indica propriamente una strada, “i segni che indicano “principale” sono accostati a quelli della radice che indica “movimento”” (Lowry, Sword and Brush, voce “Do” ). Viene dunque designato un percorso che il praticante è tenuto a seguire di cui non è indicata la meta, ma che per certo lo allontanerà dalla sua attuale posizione. L’accento non è posto sulla meta, ma sul miglioramento che si protende a un fine forse neanche veramente raggiungibile. La via, insomma, non è di per se esauribile.

Se “Do”, per quanto usato in senso traslato, ha un significato concreto, “Ju” è, invece, un termine astratto. Graficamente, nell’ideogramma compaiono il campo semantico della lancia, simbolo di tutto ciò che riguarda il combattimento e l’ambito militare, e al contempo il carattere rappresentante un vegetale, o un albero (Lowry, cit., voce “Ju”).

Una possibile traduzione è quella di “principio di adattabilità”, quella flessibilità tipica, per esempio, di un germoglio di bambù difficile da spezzare, “la [cui] crescita ha l’energia di un colpo di lancia” (Lowry, ibidem), pur senza essere in nessun modo rigido. Allo stesso modo i buoni praticanti, sostenuti e sospinti da una spinta alla crescita pari a quella di un germoglio, sono disposti a cambiare durante il percorso, di cui ho trattato sopra, con a facilità con cui il virgulto viene piegato. Il senso è semplice, almeno a parole: volersi migliorare implica necessariamente la disposizione a cambiare se stessi e richiede un dispendio di energie non indifferente.