Già nel mio precedente articolo, ho fatto riferimento al judo come processo di apprendimento e così farò in questo e in seguito. Sorgerebbe spontanea la domanda su che cosa il judo insegni, che è forse la questione più difficile da risolvere in merito alla nostra pratica. Non so se ci sia al mondo qualcuno in grado di dare una risposta del tutto esaustiva, in realtà ne dubito, poiché chiunque potrebbe darne una diversa, più o meno corretta, o meglio, più o meno coerente con l’idea che si ha di judo.

Dunque non mi propongo certo di rispondere direttamente con un decalogo di precetti, che avrebbe un valore piuttosto limitato, in quanto è limitata la mia esperienza. Voglio, invece, dare una serie di spunti nei vari articoli che pubblicherò e che forse qualcuno vorrà leggere.

BU e Il rapporto del judo con il combattimento

Sembra quasi inutile osservare che il judo ha un legame stretto con le arti marziali dei samurai e ho già menzionato come nell’ideogramma “Ju” sia presente il carattere basilare, “lancia”, di tutti i termini relativi al combattimento, “Bu” in giapponese. Tale arma, la lunga picca affilata su entrambi i lati, come duplice è l’uso (volto al bene o la male) che il guerriero può farne, è il simbolo della casta militare del Giappone feudale (Lowry, cit., voce “Bu”).

Bisogna, però, ricordare che il Judo nasce nel momento (tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del secolo scorso) in cui la casta feudale che aveva caratterizzato il Giappone scompariva, in seguito alla repentina modernizzazione portata dagli americani. Le pratiche di combattimento perdevano così l’importanza centrale che avevano avuto, anche a causa dell’introduzione delle armi da fuoco automatiche, ma rimaneva, agli occhi di Jigoro Kano, il valore educativo e morale che possono tramandare in una società moderna. Fu questo a spingerlo a creare una disciplina in cui le tecniche di combattimento vengono studiate e applicate al fine di acquisire capacità tipiche anche del guerriero, ma utili al di fuori di un campo di battaglia.

Non essendo guerrieri di professione, non possiamo permetterci di ledere la nostra incolumità fisica per l’esercizio bellico, dunque Kano dovette escludere quelle pratiche evidentemente pericolose (i colpi in particolare), così da permettere la conciliazione della vita quotidiana con l’allenamento Judoistico.

Naturalmente qualche pericolo rimane, nella pratica quindi è necessaria una grande attenzione che prende il nome di “spirito del rispetto”.

REI-NO-KOKORO

Rei indica l’insieme di norme etiche, già dei samurai, che prescrivevano minuziosamente ogni loro comportamento compreso il modo di sedersi o entrare in una stanza e non a caso viene rappresentato “dipingendo pittograficamente un uomo inginocchiato all’altare”, benché l’accezione non sia prettamente religiosa: tali regole hanno il fine pragmatico di rendere sicura una pratica che presenta di per sé dei rischi (Lowry, cit., voce “Rei”) e (aggiungo io) sono improntate al rispetto, di cui la traduzione che comunemente attribuiamo.

In Judo lo spirito del rispetto (Rei-no-kokoro), come già scritto, è strettamente necessario. Per questo ogni lezione inizia con un saluto: rituale preciso in cui ci disponiamo ordinatamente su due file, da una parte gli esperti (cinture nere), di fronte gli altri, ordinati per gradi crescenti a partire dall’ingresso. Quindi ci inginocchiamo piegando prima la gamba sinistra e, al grido “Rei” del capo fila ci pieghiamo tutti insieme in un inchino. Questo gesto focalizza l’attenzione sulla pratica, il buon judoista passa così dallo stato mentale usuale, magari distratto, a quello concentrato necessario a partecipare alla lezione di judo riducendo al minimo gli incidenti.

Tale rituale rappresenta ovviamente il rispetto per gli altri, ma nel judo è fondamentale anche quello per se stessi. Barioli, il maestro che consideriamo il capostipite della nostra scuola, identifica questa forma di rispetto nell’esercizio della caduta, o per meglio dire della “rottura di caduta”. Imparare a arrivare a terra senza farsi male è una premessa strettamente necessaria agli esercizi in cui si viene proiettati anche con una certa violenza.

Lo studio della caduta contiene anche un’importante lezione sulla responsabilità.  Quando, infatti, si verifica un incidente, durante una proiezione, per esempio, molto raramente viene causato solo da una delle due persone che il judo per sua intrinseca natura coinvolge. Il pericolo risiede nella combinazione di due errori: uno nell’esecuzione della tecnica l’altro nella caduta.