Judo Senior


“Il judo è la via più efficace per utilizzare la forza fisica e mentale. Allenarsi nella disciplina del judo significa raggiungere la perfetta conoscenza dello spirito attraverso l’addestramento attacco-difesa e l’assiduo sforzo per ottenere un miglioramento fisico-spirituale. Il perfezionamento dell’io così ottenuto dovrà essere indirizzato al servizio sociale, che costituisce l’obiettivo ultimo del judo.”

Jigoro Kano


 

Ju

Il judo trasforma il principio di adattabilità alla forza dell’avversario delle scuole di jujitsu, in adattabilità alla situazione, alla ricerca della soluzione ottimale. La pratica di questo principio richiede sensibilità ed attenzione nel cercare i punti di forza e debolezza dell’avversario; Il praticante deve rendere la sua mente ed il suo corpo pronti e flessibili.

Do

Il judo può essere molte cose: uno sport, un metodo di difesa personale, un modo per mettersi in forma e per socializzare. Ma il senso più profondo, da scoprire con il sudore della pratica, è il percorso di coltivazione, perfezionamento e realizzazione del sé in armonia con la propria natura.

Discorso sui Tre Livelli del Judo - Jigoro Kano

L’obiettivo finale del Judo. Negli anni antecedenti alla nascita del Judo moderno, quando esso veniva ancora praticato sotto il nome generico di Jiujutsu, lo scopo principale era di apprendere la tecnica dell’attacco-difesa. Nella mente di alcuni praticanti faceva capolino probabilmente il proposito di applicare la disciplina alle cause della sovranità e della nazione oltre che all’incolumità personale; obiettivo del resto alquanto semplice e ingenuo, sempre che ci si fosse proposto uno scopo, in quanto la maggior parte dei praticanti pensava soltanto, a quanto mi risulta, ad acquisire efficacia, incurante di altre considerazioni.
Con la realizzazione del Kodokan-judo il fine è cambiato e il Judo è progredito oltre al semplice proposito dell’attacco-difesa fino a divenire una disciplina per la formazione fisica e mentale …
Il Judo è più di un semplice allenamento. Il Judo si struttura in tre componenti: 1. la tecnica dell’attacco-difesa; 2. la formazione fisica; 3. la coltivazione della mente e dell’animo; ognuna con la sua importanza, per cui è difficile formulare una scala di priorità fuorché nel precedente ordine che deriva storicamente dalla tradizione. Anzitutto esiste la specializzazione dell’attacco-difesa, che è la base; è quello che ci permette di acquisire un fisico forte e anche di coltivare la mente e l’animo, presupposti che a loro volta servono per svolgere in modo debito e auspicato i nostri proponimenti nella vita.
Come si vede, il fatto di voler utilizzare le nostre capacità al fine sociale viene al terzo posto con la valenza di obiettivo finale (discorso che vale per tutte le abilità umane); in altre parole, visto che l’addestramento fisico e mentale esiste in quanto mezzo per raggiungere l’ultimo obiettivo, l’allenamento dell’attacco-difesa, che ne è la base, non rappresenta che il mezzo dell’altro mezzo per ottenere lo scopo finale. Si possono trovare altri pretesti o giustificazioni, ma in considerazione di ciò che ho esposto propongo tre categorie di Judo, divise come segue:
‘Judo inferiore’ per l’allenamento dell’attacco-difesa, costituente l’esercizio di base;
‘Judo medio’ per la formazione fisica e coltivazione mentale, che sono prodotti consequenziali del primo;
chiamando ‘Judo superiore’ le ricerche e le acquisizioni su come utilizzare la capacità conquistata. In questa divisione mi pare sia chiaro che il Judo è molto di più che un semplice allenamento al combattimento e non si esaurisce ottenendo la padronanza nell’addestramento o in altra coltivazione, se non si raggiunge qualcosa di più elevato; perché per servire la società nel vero senso del termine, occorre notevole ingegno e capacità, che sono al di sopra del semplice addestramento. Possedere personalità, intelligenza e salute è nulla se queste qualità non vengono utilizzate per qualche fine; sarebbe come possedere delle gemme e tenerle nascoste; l’acquisizione del perfezionamento dell’io non ha senso se non è applicata al servire la società …
Il Judo inferiore. Lo scopo del Judo inferiore è di imparare l’attacco-difesa. Si tratta di una tecnica in cui, tolti casi sporadici nell’esercizio del kata, di solito ci si allena a mani nude …
Il Judo medio. Il secondo tema comincia dunque con l’allenamento ginnico, ma Judo medio vuol dire, oltre a fare ginnastica, coltivare la mente e l’animo utilizzando ogni occasione e circostanza durante, o in conseguenza dell’allenamento …
Il Judo superiore. Siamo arrivati così al Judo superiore, il cui tema è appunto di servire la società, cioè impiegare nel modo più efficace la capacità fisica e mentale ottenuta nelle fasi precedenti …

Tratto da
supplemento alla rivista “Kyu-shin Do” n°31 (Aprile 1995)
“Quaderni del Bu-sen n°3” Milano, Ass. Kyu-shin Do, 1995
tradotto dalla collezione ‘Gli scritti di Jigoro Kano’ (10 vol.), vol. II, Tokyo, Satsuki-Shobo Spa, 1983.
Successivamente pubblicato come:
Jigoro Kano, tr.it.di Asako Hiraishi Amati, Fondamenti del Judo, Milano, Luni Editrice, 1997

Articolo sul judo di Marcello Bernardi

Il Judo continua a essere uno sconosciuto, affascinante sì, ma anche sospetto. E continua a esserlo nonostante la sua diffusione ormai più che ragguardevole. E’ convinzione abbastanza comune che si tratti essenzialmente di una tecnica di difesa personale e di uno strumento di autorassicurazione fisica e psicologica. In definitiva, di un’arma. Ma ciò che normalmente non si sa è che chi possiede quest’arma tende per lo più a non usarla come tale.

E quanto meglio la conosce, tanto meno si sente portato a impiegarla. La cosa è logica, come vedremo subito, e dipende da questo: se è vero che il judo è un efficacissimo mezzo difensivo e offensivo, è altrettanto vero che non è solo questo. Il judo è anche un’arma, ma il suo spirito va ben oltre un simile aspetto superficiale e grossolano.

Moltissimi sono convinti che il judo sia uno sport. E’ vero: lo è. Ci sono le gare e i campionati a livello locale, regionale, nazionale, internazionale, mondiale e olimpionico, ci sono coppe, federazioni, associazioni, medaglie, diplomi, eccetera; ci sono gli allenamenti, la ginnastica preparatoria, la “muscolazione”, e via dicendo. Come si spiega allora che esistano esperti di considerevole livello che non hanno mai combattuto in gara, o che comunque non hanno mai vinto un incontro? Il fatto è che il judo è anche uno sport, ma non solo questo.

C’è infine chi guarda al judo come a un’arte. Giusto. A un determinato livello il judoka può davvero creare, mediante l’impiego del proprio corpo, qualcosa di estremamente estetico e piacevole. In un certo senso si tratta di un autentico linguaggio, paragonabile a quello della danza, o a quello figurativo, o persino a quello musicale e letterario. Come l’arte, il judo richiede fantasia, creatività, sensibilità, personalità. Sicuramente il judo è anche un’arte.

Ma è molto più di tutto questo. Il judo è una via. Parola che non si presta a un’agevole interpretazione nella nostra chiave culturale. Forse si potrebbe dire che è un modo di essere. Non ci si può avvicinare allo spirito del judo se non si vive in una certa maniera, interiormente ed esteriormente. E, viceversa, chi pratica il judo nel giusto spirito finisce più o meno consapevolmente col cambiare la propria vita, anzi il proprio stile di vita. Voglio dire, sia pure in termini molto generici e approssimativi, che il judo restituisce l’uomo a sé stesso, liberandolo da quelle scorie che una società mercificante e alienante ha depositato su di lui.

La realtà di questo fenomeno è facilmente verificabile per chi, come me, fruisce di un’esperienza derivante dal quotidiano contatto col bambino. Il bambino, specie il bambino piccolo, si comporta diversamente da noi: è più vero, non si nasconde dietro alcuna maschera, affronta con coraggio e fermezza i problemi della sua esistenza, va diritto al suo scopo, si nutre dei contenuti essenziali della vita. E anche sul piano puramente fisico egli mostra delle impostazioni e degli atteggiamenti che sono quelli più adatti all’impiego migliore del suo corpo. Poi, da adulto, dovrà faticare molto per riconquistare quella posizione e quella dinamica del suo organismo che nei primi mesi di vita gli erano spontanee. Se vorrà riconquistarle, beninteso.

Dire che il judo restituisce l’uomo a se stesso significa dire che la pratica di quest’arte impone il recupero di certe qualità umane che si sono perdute negli stravolgimenti di una società disumana. Per esempio l’umiltà. Occorre accostarsi al judo spogli di ogni presunzione, liberi da ogni sovrastruttura superflua, disposti a essere semplicemente quello che si è, aperti a un’esperienza del tutto nuova, pronti ad apprendere qualcosa che forse, sulle prime, può sembrare incomprensibile. Sulla materassina i professori, i commendatori, i dirigenti, i capi, non esistono più. Ci sono soltanto uomini uniti da un comune sforzo: lo sforzo di diventare migliori.

E poi la sincerità. Non serve fingere, non serve voler sembrare più bravi, non serve comportarsi in modo da meritare elogi, non serve dare l’impressione di fare più di un altro. Bisogna fare, e basta. Fare quello che si può, il meglio che si può, con tutte le proprie risorse. Bisogna prima di tutto essere sinceri con se stessi, saper guardare dentro di sé, sapersi conoscere.
Non è facile, naturalmente, ma questa è la via.

Ci si può riuscire se si riesce a riconquistare un’altra connotazione fondamentale dell’uomo: l’amore. L’amore per gli altri uomini in primo luogo, e perciò il rifiuto di qualsiasi rivalità, di ogni rancore, del sospetto, della discriminazione, del disprezzo, dell’antipatia, dell’antagonismo, dell’invidia, dell’ira. Il dojo è il luogo della serenità, dell’amicizia e della Mutua prosperità. Inoltre ci vuole l’amore per l’arte. Non si pratica il judo per essere più forti, per ambizione, per lucro o per ragioni di prestigio. Lo si pratica perché lo si ama. Se non lo si ama, con umiltà e con sincerità, si potrà forse anche ottenere una buona tecnica, mai un buon judo.

Infine è necessaria la fiducia. In se stessi, nel prossimo, e soprattutto nel maestro. Il judo non si impara sui libri. Solo il maestro può indicare la via e il modo migliore di percorrerla. Non chi si fa chiamare maestro, ma chi lo è. E, se lo è, gli si deve dare tutta la fiducia. Il dubbio, nei confronti del maestro, toglie ogni validità al rapporto con lui. Meglio allora cambiare e rivolgersi ad altri. Fare judo vuol dire anche abbandonarsi, senza riserve o secondi fini. Non si chiede né si vuole un rapporto di sudditanza o di sottomissione. Il maestro non è un’autorità istituzionale, non è un colonnello, non è un duce. E’ un uomo che merita fiducia e al quale si deve dare fiducia. Se non la merita non è un maestro.

Per la nostra mentalità mercantile il judo è senza dubbio un fenomeno sconcertante: la sua pratica riporta in primo piano certe qualità umane che dal nostro costume sono state accantonate, o addirittura cancellate, e ne respinge altre che vanno per la maggiore, come la propensione al successo, al potere, all’avidità, alla sopraffazione, allo sfruttamento.

E’ una via che non conduce verso gli obiettivi celebrati dalla cultura dominante, ma solo verso un miglioramento dell’uomo e della condizione umana.

E’ un’educazione all’amore e alla libertà.

Marcello Bernardi

Storia di un Sogno a Bizan - Shiro Saigo

Qualche tempo fa cacciavo nella penisola di Shimabara. La stagione si annunciava eccellente e nutrivo buone speranze.
Dopo alcuni giorni mi sono ricordato che a due chilometri dal castello presso cui mi trovavo, esisteva una sorgente termale chiamata Shinto, ai piedi del monte Bizan e ho deciso di passarci qualche giorno, per bagnarmi e riposare. L’avevo scoperta sette anni prima. All’epoca attirava molti turisti ed era attorniata da qualche albergo. Ma il conflitto russo-giapponese aveva distrutto tutto e non restava più nulla di ospitale. Una coppia anziana gestiva i bagni.

Sulla soglia di casa, in questo luogo desolato e insieme incantatore, la vecchia guardiana vendeva dolci ai bimbi che raggiungevano il monte sacro.

Le chiesi ospitalità, che essa concesse bonariamente, dicendomi:”Tutto quello che posso offrirvi, se vi piace, è un po’ di riso e una pessima stuoia. Ma, felicemente, questa sera verrà al bagno un celebre samurai, e voi potrete passare la notte a chiacchierare con lui. Ora andate dunque a ristorarvi dalle fatiche della strada”.

Quando giunse il vecchio ospite mi sono inchinato profondamente. Risollevandomi, ho contemplato i suoi capelli candidi, la lunga barba d’argento e sull’aori (giacca) il mon (stemma) della famiglia che aveva servito, rappresentato, se i miei ricordi sono buoni, da un bastone sorretto da bonzi. Tutto in lui rifletteva nobiltà d’animo. Mi sono presentato: “Mi chiamo Shiro Saigo, sono venuto per cacciare. Mi hanno parlato di voi; sarebbe indiscreto chiedervi il nome? ”

“Prima di rinunciare al mondo – rispose – ero al servizio di un principe a cui insegnavo gekken (scherma), e ora vengo chiamato Furuneko Misinshai. Qui accanto, sulla montagna, ho costruito una capanna dove passo le giornate studiando”.
Mi colpì la singolarità di quel nome. Se Misinshai, che ha rinunciato al mondo, è un nome samurai, Furuneko, che significa vecchio gatto, è alquanto curioso.

Così ho espresso le mie perplessità, intrigato dall’origine di quel nome: “Ho molto viaggiato, ma ancora non mi era capitato di trovare qualcuno che si chiamasse così!” “Avete ragione – rispose sorridendo – Furuneko non è il mio nome e tantomeno quello dei miei figli. È un soprannome personale e trova origine nella strana avventura di molto tempo fa. Ma non potrete comprenderla se non avete esperienza di arti guerriere; l’avete?”

“Sì – ho risposto – mi sono dedicato fin da bambino al budo. Per 16 anni ho studiato judo con il maestro Kano Jigoro ma, con rimpianto, non sono ancora riuscito a penetrarne tutti i segreti. Vi prego di raccontarmi la storia del vostro nome; ascoltarla da voi stesso sarà una grande gioia”. “Bene – disse il vecchio samurai dopo un istante di riflessione – parlerò dunque per voi.

Quand’ero giovane mi dedicavo alle arti guerriere. Una sera, non so proprio come, nella mia camera si introdusse un enorme ratto. Andai a cercare il mio gatto Tama, molto goloso di roditori. Ma non appena furono faccia a faccia, il ratto gli saltò al capo una, due, tre volte con la velocità di una freccia… e mi vergogno a dire che il mio gatto così forte, morso sul naso, fuggì. Altri quattro gatti, celebri per il coraggio, furono messi in fuga allo stesso modo. Feriti alla gola, o agli occhi, o alle zampe, avevano un aspetto ben pietoso. Ero stupefatto. Rimproverando la loro vigliaccheria ho afferrato la shinai (spada di bambù) che usavo per allenarmi con ardore. Ma al momento di essere colpito il ratto schivò. M’innervosii, colpendo a destra e a manca, avanti e indietro.

Quello evitava i colpi con la rapidità del lampo… Perfino, una volta, correndo lungo il bambù, mi saltò in piena fronte. Il bravo guerriero che sono, ne tremava, allo stremo delle forze…
Fu allora che un vicino, richiamato dal rumore, mi disse: – Conosco un gatto molto coraggioso, che non ha pari; vado a cercarvelo, voi prendete riposo -. Confuso per essere stato sorpreso in quelle condizioni, accettai.

Il gatto era vecchissimo. Al vederlo dubitai di lui. Denti e unghie erano consumati e aveva gli occhi catarrosi. Sembrava anche incapace di correre. Per un istante pensai che non poteva uccidere quel ratto, ma poiché mi garantivano il suo coraggio, poteva darsi che disponesse di una tecnica di combattimento particolare. Lo misi nella stanza. Per incredibile che possa sembrare, quel grosso topo che aveva messo in fuga i giovani gatti… eanche me, abile kendoista, se ne stava tremante di paura in un angolo.

Il vecchio gatto avanzò con calma e lo divorò senza che opponesse la minima resistenza. Sognavo? Era realmente accaduto!

Coricandomi tardi, nel silenzio della notte mi sembrò di sentire un mormorio di conversazione provenire dalla stanza vicina. Chi era? Guardai da uno spiraglio e vidi… un’assemblea di gatti. Il vecchio con i giovani! Sedeva al posto d’onore e di fronte gli altri si inchinavano profondamente.

Un gatto avanzò e disse: – Nati per catturare topi, da generazioni abbiamo perfezionato la tecnica. Mai abbiamo conosciuto sconfitta, ma oggi siamo tutti disonorati. Tuttavia voi avete trionfato facilmente su questo topo, disponete dunque di una tecnica speciale? Vorreste insegnarcela? –

– Siete giovani – rispose il vecchio gatto – avete movimenti vivi, ma in verità non conoscete il segreto del combattimento. Questo è l’unico motivo della sconfitta. Anche se faticherete a comprendere, vi rivelerò questo segreto, in realtà molto semplice. Ma

prima raccontatemi la storia dei vostri studi e cosa avete provato attaccando questo topo -.

Uno dei più giovani, nero di pelo, avanzò e disse: – Ero appena uscito dal ventre di mia madre e potevo a malapena aprire gli occhi che già mi allenavo a prendere farfalle nel cielo, uccelli in giardino e topolini nella cucina. Ora ho studiato molto. Sono capace di saltare un ostacolo di due metri, posso infilarmi in un buco grande quanto un pugno, correre su una trave stretta con la stessa sicurezza che sulla strada, fare salti pericolosi, mordere, graffiare, saltare, oppure fingere il sonno per meglio sorprendere, e altre cose ancora. Tutti riconosconio il mio valore, ma non comprendo la meccanica della sconfitta di questa sera -.

Il vecchio gatto rispose sorridendo: – Avete fatto bene a studiare la tecnica. Effettivamente i Maestri del Passato ne hanno formulato i principi e li hanno raccomandati affinché tutti possano attingere alla verità fondamentale della Via. Dato che la Via è contenuta in essi, per conoscerne i segreti, dovete studiare la progressione dell’arte. Ma quando siete in possesso della teoria e disponete di una tecnica efficace, se ritenete di essere un grande esperto e che lo studio sia terminato, siete simili a un girino che nuota nel pozzo, persuaso che il cielo sia molto piccolo, sopra di lui. Al contrario avete ancora molto da studiare per comprendere che il segreto dell’arte non risiede nella pura tecnica -.

Per prendere la parola avanzò un gatto tigrato: – Fin da principio il Maestro mi ha insegnato che il segreto della vittoria risiede nell’energia dello spirito, il ki. Ho verificato che, se in combattimento dominiamo l’avversario con la forza dello spirito, egli è alla nostra mercé. Anche se non facciamo uno sforzo particolare in questa direzione, la buona tecnica è pronta a scaturire liberamente in ragione delle circostanze… Ugualmente possiamo far cadere il topo che corre sul cornicione con il solo potere dello sguardo carico di energia. Così non ho mai cessato di accrescere la potenzialità interiore. Ora ho il corpo pieno di forza e l’impressione che essa raggiunga i confini dell’universo. L’ho sempre usata con successo in combattimento.

Per quale strana magia questo topo mi è sfuggito stasera? Prima ancora che potessi fissarlo, come un fantasma, non era più là, spostandosi con un’abilità sconcertante. La mia tecnica speciale si è rivelata inefficace, la potenza dello spirito altrettanto, e per di più ho subito una grave sconfitta. I miei studi erano probabilmente insufficienti, ma non mi do pace per quanto è accaduto. Vorreste avere la compiacenza di illuminarmi? – Il vecchio gatto rispose gravemente: – La potenza dello spirito che avete ricercato è limitata, dal momento che ne siete cosciente. Non conviene far conto su qualcosa quando siete di fronte a un avversario che, anch’esso, vuole sottomettervi. Supponete di affrontare qualcuno che non potete superare nel ki, cosa succederà? Questa impostazione vi porta a sottovalutare il nemico, esso può fare altrettanto, e cosa farete se per caso vi è superiore?

Voi date per scontato di essere superiore e questo non va bene. Quello che avete sperimentato nel corpo e nell’armonia dell’Universo è davvero una manifestazione dell’energia, ma siete ancora lontano dalla visione allargata del cinese Mooshi. Quest’ultima è la vera forza dell’Universo, mentre quella che avete percepito nel cuore è una fase di passaggio. È come la differenza tra la forza continua del fiume che scorre l’inondazione di una notte. Infine vi cito il proverbio: il montone disperato, morde. Cosa che è successa al vostro ratto; nell’istante critico nulla più contava per lui: la vita, la morte, il desiderio, la vittoria, o la sconfitta. Non ha provato a proteggere il corpo, e questo è il segreto che gli ha conferito la qualità dell’acciaio. Evidentemente non potevaessere battuto dalla vostra energia! La natura del vostro ki appartiene alla testardaggine, una delle cose più negative nel budo. La testardaggine lega corpo e spirito per produrre statue di pietra e paralizzare l’azione. Così accade facilmente che uno più debole vi superi. L’ossessione della vittoria è lo stato d’animo che favorisce l’avversario, cioè è contro voi stesso; bisogna coltivare questo pensiero a ogni alba e a ogni crepuscolo fino alla sua comprensione.
Al contrario del vostro, il mio ki anima tanto la forza positiva che quella negativa, è lo spirito immutabile ed eterno. Ricordatevi di “saika-tanden-no-chikara” (la forza delcentro nel ventre), che consiglia di mettere tutta la forza nell’addome e, sorvegliando bene questo punto, praticate seriamente -.

Un lungo silenzio seguì queste parole; poi un gatto maculato, di una certa età, avanzò lentamente e disse: – Io penso che il segreto della vittoria risieda nel ju e nel wa in altre parole nell’adattabilità e nell’armonia. Come un velo leggero può arrestare la traiettoria di una pietra, quando l’avversario avanza mi ritiro senza oppormi, quando mi tira lo seguo senza resistenza. A lungo mi sono esercitato all’arte di vincere utilizzando la forza dell’altro, conservando la mia di riserva, ma questa sera non sono riuscito a controllare quel ratto col ju e tantomeno a dominarlo col wa. Lungi dal vincere ho sommato azioni infelici. Cosa devo pensare della massima: l’adattabilità vince sempre sulla forza? Volete illuminarmi per sconfiggere il dubbio che mi tormenta? – Il vecchio gatto assentì e disse: – Il ju e il wa che avete studiato non sono quelli che permettono all’ispirazione naturale di scaturire spontaneamente attraverso il canale del non-ego e dell’innocenza. I vostri sono stati creati di comodo e voi li utilizzate come espedienti, da questo deriva la sconfitta odierna. Quando si è ispirati dall’egoismo e si ricerca un profitto personale, l’intuizione della miglior cosa da fare non può circolare in noi. Il vostro spirito frenato dall’egoismo non permette lo scaturire divino dell’ispirazione naturale che sgorga dal non-io e dal non-desiderio dell’universo, perabbandono alle variazioni naturali del potere positivo e negativo, che produce il vento e il tuono, le nuvole e la pioggia, il caldo e il freddo, tutte cose senza principi. Ugualmente, il ju e il wa del budo (la Via del combattimento), per essere d’ispirazione naturale, devono uscire dal non-io e dal non-desiderio.

Ricordo che nella mia giovinezza nel villaggio vicino abitava un gatto strano. Sembrava che dormisse sempre. Lo si poteva credere di pietra. Nessuno ricordava di averlo visto prendere un solo topo. Tuttavia non vi erano topi attorno alla sua casa e dovunque si recasse i topi sparivano. Volli incontrarlo per chiarire questo mistero. Non rispose. Ripetutamente gli ho posto domande, ma lui restava in silenzio. Allora ho compreso chiaramente che quando avviene la comprensione non si parla, mentre si dice molto quando non si ha capito.

Questo gatto taceva perché non poteva rispondermi, ma si poteva dire che avesse compreso i principi del budo attraverso il distacco da se stesso e dalle cose -.

Ascoltavo così da qualche tempo.
Poi non potei trattenermi, mi introdussi tra loro e, dopo aver salutato come si doveva, dissi: – Sono bushi (uomo d’armi) da lunga data; non sono un principiante della Via e da molto tempo studio il budo. Ma devo confessare che, malgrado tutti gli sforzi, non sono giunto al cuore dell’Arte. Senza volerlo e per puro caso mi è capitato di udire ilvostro conversare, dal senso così profondo. Ascoltandovi mi è sembrato di avere a portata di mano ciò che è più difficile nelle arti guerriere e sarei felice di penetrare maggiormente questi segreti -.

Muovendosi lentamente il vecchio gatto lasciò il posto d‘onore e, inchinandosi secondo il modo tradizionale, ripose gravemente: – Non sono che un umile, piccolo animale. Come potrei… come potrebbe darsi che io conosca quanto conviene agli uomini, che sono i re della creazione… Eppure un tempo ho sentito dire dal mio Maestro che il segreto di catturare topi e quello del budo è lo stesso e appartiene a una sola e unica Via. Così è possibile che il miserabile animale che sono possa rischiare la scortesia di insegnare qualcosa a un uomo. Se mi assicurate di non offendervi, sono pronto a svelarvi il mio umile sapere a titolo di informazione -.

Siccome protestavo affermando che, ben lontano dall’essere offeso, ne sarei stato onorato, proseguì. – Secondo il mio pensiero la vera natura, o l’essenza, del budo non haforma, tempo, odore. È qualcosa come il vuoto, di sereno e calmo; tuttavia non è il Vuoto e tantomeno la Morte, perché essa si trova dappertutto ben viva.
È una cosa incommensurabile e meravigliosa che agisce sempre imprevedibile e strana. Quando ci si immerge in tale essenza, per quanto possa sembrare incredibile, i cattivi pensieri, i desideri, tutto svanisce, come la nebbia del mattino si scioglie al sole. Il sospetto, l’illusione e l’angoscia fondono completamente e si viene bagnati dal vero ki che penetra nel profondo di noi stessi. Si prova come un’immensa soddisfazione.
Si sente che la barriera esistente tra la vita e la morte, tra il mondo limitato e quello illimitato, si dissolve da sola. Il segreto del budo non risiede nella vittoria o nella sconfitta, dove si compete nella tecnica, ma nell’azione di assimilare la propria entità. Il segreto per arrivarci è il profondo distacco da se stessi e dall’interesse individuale. In un vecchio proverbio si dice: se hai un grano di polvere negli occhi, il mondo ti appare ben piccolo; se tutto sparisse dal tuo cuore l’esistenza ti apparirebbe immensa. Nell’ekkyo (arte della divinazione) si trova anche un passaggio particolarmente interessante per l’insegnamento che racchiude: nella completa immobilità, attraverso il distacco da ogni pensiero, la vostra intuizione lavorerà da sola per entrare in contatto col mondo. In altre parole, se rifiutate i cattivi pensieri e tutti i desideri, potrete adattarvi interamente e senza accorgervene alla Via della Natura e dell’Universo. Così otterrete un’azione, un’energia, tanto meravigliosa quanto strana. Un prete zen che aveva avuto la rivelazione del Cielo (ku) voleva ottenere lo zanshin- ritsumei, cioè la tranquillità dello spirito, la verità, la comprensione della sua missione. L’ottenne attraverso differenti mezzi, al prezzo di dure sofferenze come: sedersi nell’oscurità della sala di meditazione in pieno inverno e raccogliendosi profondamente nel silenzio completo durante lunghe ore; addentrandosi nel profondo delle montagne e delle foreste e facendosi colpire dall’acqua ghiacciata e purificante di cascate che cadevano da oltre mille piedi; digiunando, e combattendo ogni desiderio corporale. Queste sofferenze volte a raggiungere l’unità dell’essere sono un esempio che mostra bene l’oggetto principale della pratica del budo. Il vero samurai non si scompone in qualsiasi circostanza; non prova terrore e non si turba davanti alla minaccia di una lama scintillante; per quanto grande possa essere la sua sofferenza, può affrontare immobile la prova dell’acqua quanto quella del fuoco; può mantenersi impassibile nella difficoltà e nel dolore continuo; non perde la sua tranquillità davanti alle peggiori ingiurie e non s’inorgoglisce delle proprie azioni, per quanto brillanti possano essere. La ragione del suo potere sta nel fatto che ha saputo comprendere la vera natura del budo.

Questo si rapporta a quello che si chiama la reciproca intuizione, o la comunicazione da spirito a spirito (I-shin-den-shin) e per ottenere questa intuizione bisogna che vi misuriate l’uno con l’altro, che vi affrontiate reciprocamente per diventare eccellenti e migliori insieme. Bisogna passare per ogni tipo di sofferenza; è nel corso di questo lungo periodo che comprenderete e assimilerete la Via naturalmente senza rendervene conto. Nessun Maestro che abbia avuto la rivelazione della Via, per quanto sia saggio, può dare una definizione esatta di questa cosa o darle una forma qualsiasi… dovrai comprendere questo… –

Il vecchio gatto aveva terminato la sua esposizione e scomparve improvvisamente come se si fosse dissolto nell’aria. Ma avevo ascoltato il suo dire e sperimentato il sentimento di aver raggiunto il fondo ultimo della Trasmissione.
A quel tempo esistevano parecchi Maestri rinomati nella mia Via (kendo e jiu-jutsu) ma dopo la storia che ho ricordato per voi, non mi sentivo inferiore a essi. Era grazie al dono ricevuto dal vecchio gatto. Così per non dimenticare la sua bontà mi sono deciso a prendere per nome Furuneko Misinshai. E qui termina la storia del mio nome”.

Stordito, mi resi conto di essere coricato sulla stuoia dell’albergo. Mi sollevai a metà e compresi che mi ero svegliato all’annunzio della colazione gridato dalla padrona della locanda. Realizzai che tutto quello che avevo visto e ascoltato era stato solo un sogno.
– Miao… – un lamento innocente uscì dalle coperte facendomi sobbalzare… Era il gattino che avevo ospitato a mo’ di scaldino tra i piedi prima di addormentarmi…

Shiro Saigo